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Guide e consigli per viaggiare senza pensieri

blivale_image_it_Camminano 3700 km scalzi in silenzio con un cane chiamato Aloka_643x337 Camminano 3.700 km scalzi, in silenzio, con un cane chiamato “Aloka”: la storia che sta scuotendo milioni di cuori

Camminano 3.700 km scalzi, in silenzio, con un cane chiamato “Aloka”: la storia che sta scuotendo milioni di cuori

Camminano 3.700 km scalzi, in silenzio, con un cane chiamato “Aloka”: la storia che sta scuotendo milioni di cuori… e che dovrebbe far riflettere chiunque abbia mai viaggiato, o abbia mai creduto che il progresso nasca solo dal conflitto

È il 4 febbraio 2026. Giorno 102. Fuori c’è neve sporca, vento gelido, highway americane che sembrano non finire mai.

Un gruppo di 19 monaci buddisti theravāda (molti di origine vietnamita, guidati dal Venerabile Bhikkhu Paññākāra) cammina in fila indiana, lenta, determinata. Tuniche color zafferano contro il grigio dell’inverno. Piedi spesso nudi sull’asfalto. Nessun megafono. Nessun cartello. Nessun insulto.

Accanto a loro trotterella Aloka, il cane randagio adottato lungo il cammino. Il suo nome significa “luce” / “illuminazione” in pāli. È diventato, senza volerlo, uno dei volti più riconoscibili del 2026.

Partiti il 26 ottobre 2025 dal piccolo tempio Huong Dao Vipassana Bhavana di Fort Worth, Texas, hanno deciso di fare ciò che oggi sembra quasi impossibile: percorrere 2.300 miglia (3.700 km) a piedi fino a Washington D.C. Solo per camminare. Solo per essere presenti. Solo per ricordare che la pace non è uno slogan politico, ma una pratica quotidiana fatta di silenzio e gentilezza concreta.

Tra pochissimi giorni — con ogni probabilità martedì 10 febbraio 2026 — arriveranno sul prato del Campidoglio. Lì consegneranno un messaggio di guarigione collettiva e presenteranno formalmente la richiesta di riconoscere Vesak (la festa del Buddha) come festa federale negli Stati Uniti.


Questa non è una protesta. È un terremoto silenzioso in un mondo che urla 24/7

In un’epoca dominata da polarizzazione, cancel culture, insulti virali, guerre culturali e notizie tossiche, questi monaci fanno esattamente l’opposto.

Offrono presenza. Offrono silenzio. Offrono braccialetti fatti a mano e, solo se qualcuno lo chiede, parole semplici sulla compassione.

E milioni di persone si fermano. Reel muti da 15 secondi diventano virali: piedi che toccano l’asfalto, Aloka che scodinzola, una mano che porge un tè caldo, un inchino lieve davanti a uno sconosciuto in lacrime.

I commenti sono tutti uguali:

«Ho spento il telefono e ho pianto per dieci minuti.» «Questo è l’unico contenuto che non mi fa arrabbiare.» «Grazie per ricordarmi che esiste ancora del buono.» «Vorrei avere il coraggio di fare anche solo un pezzo di strada con loro.»


Hanno attraversato l’inferno senza fermarsi

Il 19 novembre 2025 un camion ha travolto il loro veicolo di supporto. Un monaco ha perso una gamba. Il gruppo avrebbe potuto interrompere tutto. Ha continuato. Il monaco ferito, dopo mesi di ospedale e riabilitazione, li ha raggiunti di nuovo. Cammina ancora con loro.

Aloka stesso ha subito un’operazione al legamento crociato, è guarito, è tornato a camminare. Poi, per sicurezza, nelle ultime settimane ha viaggiato più spesso sul furgone di supporto per riposare. Ma il suo spirito è rimasto con loro.

Persone normali rispondono con gesti normali: chiese che aprono le porte di notte, famiglie con thermos di cioccolata calda, anziani che escono in veranda commossi, bambini che consegnano gru di carta della pace.


Ma perché quasi nessuno “importante” marcia apertamente con loro?

Ci sono stati tantissimi gesti concreti:

  • chiese cristiane (metodiste, episcopali, alcune cattoliche e battiste) che li ospitano
  • pastori e fedeli che camminano qualche miglio insieme
  • il Washington National Cathedral inserito ufficialmente nel programma
  • sindaci che consegnano chiavi della città
  • governatori (Texas, North Carolina, Virginia con Abigail Spanberger il 2 febbraio) che firmano proclami “Walk for Peace Day”
  • singoli senatori (come Raphael Warnock) che li incontrano e postano messaggi sentiti

Eppure manca il grande endorsement nazionale/internazionale: nessuna conferenza episcopale, nessuna grande denominazione evangelica, nessuna organizzazione islamica/ebraica/induista di primo piano, nessuna dichiarazione congiunta dalla Casa Bianca o dal Congresso.

Perché? Perché questa marcia non è contro nessuno. Non genera rabbia utile. Non offre nemici chiari. Non si presta a diventare bandiera di una fazione politica o religiosa. È troppo pulita. Troppo universale. Troppo scomoda per chi vive di polarizzazione e priorità interne.

E proprio questa purezza è la sua forza più grande: la pace vera non ha bisogno di megafoni, sponsor o like pagati. Esiste lo stesso.


La pace è contro-natura? O ci hanno semplicemente raccontato una storia sbagliata?

C’è una narrazione durissima: che l’uomo progredisca solo attraverso il conflitto, che la guerra sia madre di tutte le invenzioni, che senza violenza non ci sia evoluzione.

Falso.

  • La cooperazione (non l’aggressività) è stato il vero superpotere evolutivo dell’Homo sapiens
  • La violenza pro capite è diminuita enormemente nei millenni
  • I periodi più luminosi, creativi e duraturi della storia umana sono stati quelli di relativa stabilità e pace:
    • Pax Romana (~27 a.C. – 180 d.C.): 200 anni di relativa stabilità → strade, acquedotti, diritto romano, Virgilio, Ovidio
    • Pax Britannica (1815–1914): commercio e stabilità → Rivoluzione Industriale, ferrovie, telegrafo, medicina moderna, abolizione della schiavitù in gran parte del mondo
    • Long Peace dal 1945 a oggi: nessuna guerra tra grandi potenze → computer, internet, vaccini mRNA, telefonia mobile, genetica, IA, crollo storico della povertà estrema, aspettativa di vita raddoppiata

La guerra accelera l’applicazione di idee già esistenti (radar, penicillina di massa, jet, ARPANET), perché porta risorse enormi e urgenza. Ma le scoperte di base nascono quasi sempre in contesti civili, in tempi di pace. E soprattutto: la guerra distrugge risorse umane, economiche, culturali. Gli stessi investimenti fatti in ricerca civile avrebbero prodotto più progresso — con infinitamente meno sofferenza.


Perché questa storia parla dritto al cuore di chi viaggia (e di chi rende possibile viaggiare davvero)

I monaci camminano 3.700 km affidandosi quasi esclusivamente alla gentilezza degli sconosciuti. Non hanno piani B perfetti. Non hanno batterie infinite. Non hanno nemmeno le scarpe, in molti tratti.

Eppure procedono. Un passo dopo l’altro.

Noi, quando viaggiamo, vogliamo sapere una cosa sola: che possiamo rimanere connessi.

Connessi con chi amiamo quando arriva la nostalgia. Connessi con il lavoro che non aspetta. Connessi con una mappa quando siamo persi. Connessi con una canzone che ci tiene compagnia sotto la pioggia.

Viaggiare senza pensieri non significa eliminare ogni incertezza. Significa sapere che, qualunque cosa accada, avrai sempre una linea aperta verso casa, verso te stesso, verso il mondo.

BLIVALE esiste esattamente per questo:

  • per darti la connessione più affidabile possibile,
  • così che tu possa permetterti il lusso di spegnere la testa…
  • e ascoltare solo i tuoi passi, il tuo respiro, il tuo cammino — interiore ed esteriore.

Perché il viaggio più bello non è quello che fai più lontano.

È quello che fai più presente.

Questi monaci ce lo stanno ricordando a tutti, un passo alla volta.

E noi di BLIVALE vogliamo solo assicurarci che, ovunque ti porti il tuo cammino — fisico, emotivo, spirituale — tu non rimanga mai solo.

Cammina sereno. Noi ci siamo.